Apriamo la settimana, come al solito, con una nuova intervista.
Mi chiamo Marco Marino e Vite infinite - Una possibilità. è il mio primo romanzo, pubblicato in maniera indipendente nell'ottobre 2026.
È una storia corale, ambientata in diverse città europee, nella quale le vicende di personaggi apparentemente lontani finiscono per intrecciarsi. Al centro ci sono le relazioni umane, le scelte che compiamo e quelle che continuiamo a immaginare, ma anche il tentativo di prevedere e controllare le nostre vite.
Mi interessava raccontare persone imperfette, spesso contraddittorie, che cercano di capire quanto siano realmente libere di scegliere. E soprattutto indagare quella sensazione, credo abbastanza universale, che da qualche parte esista una versione diversa della nostra vita, nata da una decisione che non abbiamo preso.
- Quando hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere relativamente presto. Scrivevo fin dall’adolescenza, ma attraverso brevi note e racconti di episodi particolari, senza mai rendere il tutto delle vere e proprie storie. Con Vite infinite la scrittura è diventata qualcosa di molto concreto: non più soltanto un'idea da sviluppare, ma un progetto narrativo da costruire, rivedere e soprattutto portare a termine. Ed è stato proprio il confronto con un romanzo intero a farmi comprendere quanto lavoro ci sia dietro una storia.
- Cosa ti ha fatto avvicinare al mondo della scrittura?
Semplicemente annotavo tanti dettagli di ciò che osservavo negli altri, ricercando sempre le diversità e le cose che accomunavano chi mi stava intorno. Credo soprattutto la curiosità nei confronti delle persone, dei loro comportamenti e delle contraddizioni che spesso caratterizzano le loro scelte. Mi ha sempre interessato l'idea che uno stesso avvenimento possa essere vissuto e interpretato in modi completamente differenti. La scrittura permette di esplorare queste prospettive, di entrare in pensieri che nella vita quotidiana rimangono spesso inespressi e di dare forma a domande per le quali non esistono necessariamente risposte definitive.
- Quando sei diventato scrittore?
Non mi definisco scrittore, nel senso stretto del termine, perché non ne faccio un lavoro né una passione continua, ma è un qualcosa che viene fuori periodicamente a seconda delle circostanze della vita quotidiana, che comprende tutt’altro rispetto alla scrittura. È una definizione con la quale devo ancora prendere una certa confidenza. Se dovessi individuare un momento, direi quando ho portato a termine il romanzo. Non tanto perché la pubblicazione attribuisca automaticamente una particolare identità, ma perché concludere una storia così articolata, assumendosi la responsabilità di ogni sua parte, è stato un passaggio importante. La pubblicazione è stata la conseguenza visibile di quel percorso.
- Vorresti essere pubblicato da una casa editrice, oppure preferiresti rimanere indipendente?
Ho scelto l'autopubblicazione perché volevo seguire direttamente tutte le fasi del progetto, dal contenuto alla veste grafica, fino alla distribuzione. È stata un'esperienza impegnativa, che mi ha fatto conoscere anche aspetti editoriali e tecnici che normalmente rimangono lontani dal lettore. Non escludo affatto, in futuro, una collaborazione con una casa editrice. Credo però che la questione principale non sia scegliere un modello in assoluto migliore, ma trovare le condizioni che permettano a un libro di essere valorizzato senza perdere la propria identità. Non ricerco la pubblicazione di case editrici in senso di traguardo, lo vedo solo come un mezzo per poter essere letto con più facilità, sebbene non sia una ricerca ossessiva né un obiettivo importante.
- Qual è la tua esperienza con il blocco dello scrittore?
Abbastanza tranquilla, nel senso che ho affrontato diversi momenti di silenzio interiore, e li ho semplicemente accolti senza forzarmi. Sicuramente nei momenti di sofferenza la scrittura scorre più fluida, per il resto del tempo provo a godermi la vita “fuori” dalla penna sul foglio. Nel lavoro su Vite infinite, la difficoltà più interessante non è stata tanto la mancanza di idee, quanto il problema opposto: capire quali sviluppare e quali lasciare fuori. Quando si costruisce una storia con molti personaggi, ogni vicenda apre ulteriori possibilità narrative. Il rischio è continuare ad aggiungere, senza riuscire a scegliere. In un certo senso, anche scrivendo ho dovuto affrontare lo stesso problema dei miei protagonisti: accettare che per dare forma a una possibilità bisogna rinunciare a molte altre.
- Perché hai deciso di diventare scrittore?
Internamente c’è sempre stato un desiderio di arrivare a dei lettori che comprendessero in qualche modo diverse sfaccettature della mia stessa personalità, attraverso personaggi che inevitabilmente assorbono parte dei miei pensieri. Più che decidere di diventare scrittore, ho deciso di provare a raccontare una storia che ritenevo valesse la pena sviluppare. Mi interessava costruire un romanzo capace di accompagnare il lettore nelle vite dei personaggi, senza imporre giudizi troppo semplici sulle loro decisioni. La narrativa, secondo me, è particolarmente interessante quando non divide le persone in buoni e cattivi, ma prova a comprenderne le motivazioni, comprese quelle che le portano a commettere errori.
- I social media svolgono un ruolo importante per te come autore?
Nella mia esperienza personale, finora no, ma ci sto provando, soprattutto adesso che il romanzo è stato pubblicato, sebbene l’idea di sponsorizzarmi vada contro i motivi per cui è nato questo bisogno. Per un autore indipendente rappresentano un'opportunità importante per raggiungere lettori che altrimenti difficilmente incontrerebbero il suo libro. Allo stesso tempo, credo sia necessario distinguere la scrittura dalla sua promozione. Sono due attività molto diverse, che richiedono competenze differenti. Mi piacerebbe utilizzare i social non soltanto per presentare il romanzo, ma anche per aprire conversazioni sui temi che affronta.
- Come costruisci i tuoi personaggi e la trama?
Solitamente nascono prima i personaggi, poi il contesto dentro cui si muovono, e solo successivamente provo a trovare le linee e i percorsi che possano far incrociare due o più vite. In Vite infinite ho cercato di costruire personaggi che non fossero semplici strumenti al servizio della trama, ma individui con desideri, paure e contraddizioni riconoscibili. Tony, per esempio, è profondamente legato all'idea delle possibilità non vissute; Natalie cerca continuamente di anticipare e controllare ciò che potrebbe accadere; Alex trasforma il desiderio di proteggere sua figlia in una forma di controllo. Le loro vicende personali si intrecciano progressivamente attraverso Aion, un sistema tecnologico capace di elaborare previsioni sul comportamento umano. La sfida narrativa è stata far convivere queste due dimensioni: le storie intime dei personaggi e una trama più ampia, nella quale le loro scelte assumono conseguenze collettive.
- Tra la tua trama e i tuoi personaggi, cosa è essenziale per te? Perché?
Direi che i personaggi vengono sempre prima, perché credo fortemente che ognuno di noi (reale o immaginato) esista e abbia un suo sviluppo che non può essere attribuito principalmente agli eventi. La personalità nel reagire a ciò che accade prevale sempre sui singoli fatti. Poi, ovviamente, una buona storia nasca proprio dalla relazione fra le due cose. Una trama può essere originale e sorprendente, ma se il lettore non riesce a comprendere le persone che la attraversano, rischia di rimanere soltanto un meccanismo narrativo. Per me era importante che i protagonisti mantenessero una propria complessità anche quando questa risultava scomoda, contraddittoria o difficile da giustificare. Non volevo necessariamente che il lettore li approvasse. Mi interessava che potesse comprenderli.
- Come gestisci le recensioni negative sul tuo libro?
Al momento non mi è ancora successo, ma vorrei fortemente avere confronti approfonditi con le critiche, sarei sinceramente interessato nel capire i motivi di qualche delusione e mi aiuterebbe ad avere un punto di vista diverso. Il romanzo è stato pubblicato da pochissimo, quindi sto ancora entrando in contatto con i primi lettori. Credo comunque che una recensione negativa, quando è argomentata e sincera, possa essere utile quanto una positiva. Non tutti cerchiamo le stesse cose in un romanzo e non tutte le storie riescono a incontrare la sensibilità di ogni lettore. Naturalmente mi auguro che il libro venga apprezzato, ma preferirei un giudizio autentico a un complimento espresso soltanto per incoraggiarmi.
- Quale parte del tuo processo di scrittura è il più difficile?
Sicuramente la coerenza nel tempo e nello spazio degli eventi, visto che spesso scrivo di episodi a sé stanti, e quando diventano numerosi può essere complicato metterli in sequenza logica. Poi la revisione, senza dubbio. Scrivere una prima versione permette ancora di immaginare molte possibilità. Rivedere un romanzo significa invece prendere decisioni precise: eliminare una frase, accorciare una scena, correggere un dialogo o modificare un passaggio al quale si era particolarmente affezionati. Nel caso di Vite infinite, inoltre, era fondamentale mantenere la coerenza fra molte vicende che si sviluppano parallelamente. La parte più difficile è stata probabilmente capire quando un intervento migliorava davvero il testo e quando rischiava soltanto di cambiarlo.
- Che consiglio dai ai nuovi autori?
Consiglio di scrivere sempre, in ogni situazione possibile. Non farsi sfuggire il momento, perché verba (e idee) volant, scripta manent. Più in generale, è importante anche non avere fretta di pubblicare e non innamorarsi troppo della prima versione di ciò che si scrive. Credo sia centrale imparare a rileggersi con uno sguardo critico, distinguendo ciò che una frase vuole comunicare da quello che effettivamente comunica. E soprattutto non pensare che sia sufficiente avere una buona idea. La differenza la fa il lavoro necessario per trasformarla in una storia compiuta.
- Cosa diresti a uno scrittore che vuole pubblicare il suo primo libro?
Direi di non ricercare a tutti i costi la perfezione, perché non ci sarà mai. È molto più importante iniziare anche in modi e situazioni improbabili, che rassegnarsi alla mancanza di tempo organizzato. D’altra parte, gli direi di considerare la pubblicazione come l'ultima fase di un percorso, non come il suo unico obiettivo. Oggi esistono strumenti che permettono di pubblicare autonomamente un libro, ma questo non rende meno importanti la revisione, l'impaginazione, la copertina e la cura editoriale. E aggiungerei una cosa che ho imparato direttamente: quando pensi di aver controllato tutto, vale la pena effettuare ancora un'ultima verifica.
- Quanti libri hai scritto finora?
VITE INFINITE – Una possibilità è il mio primo romanzo pubblicato. È un'opera di 264 pagine, nella quale ho cercato di dare spazio a numerosi personaggi senza ridurre le loro vicende a un unico punto di vista. Tuttavia, ci sono tante altre cose “minori” non pubblicate e, visti i tempi di completamento del primo romanzo, non saprei dire se e quando metterò insieme ufficialmente altro.
- Quale dei tuoi libri ti è piaciuto di più scrivere?
Sicuramente quello che non ho ancora messo giù, perché la mente continua a produrre idee e chiede tempo per annotarle nero su bianco. Al di là di questo, credo che rimarrò particolarmente legato a questa prima opera perché rappresenta il confronto con tutte le difficoltà di un primo progetto narrativo completo. È stato interessante anche scoprire quanto possa cambiare il rapporto con i personaggi durante la scrittura: si comincia immaginando di conoscerli e si finisce per dover accettare che alcuni loro comportamenti non corrispondano necessariamente a ciò che avremmo scelto noi.
- Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?
Preferisco non anticipare progetti che non abbiano ancora assunto una forma precisa. Se ci sarà un secondo romanzo, vorrei che nascesse da un'esigenza narrativa autentica, non semplicemente dalla necessità di pubblicare qualcosa dopo il primo. Quello che posso dire è che mi interessano le storie nelle quali le vicende personali si intrecciano con questioni più ampie: i rapporti fra gli individui, i meccanismi sociali, le contraddizioni delle nostre decisioni. Più in particolare, probabilmente toccherei il tema delle difficoltà di comunicazione, sia tra singoli che in più larga scala.
- Cosa ti aiuta a concentrarti mentre scrivi?
Il silenzio e talvolta anche il buio sono importantissimi, ma tutto parte dallo stimolo interiore, non da deadline (anche nell’ipotesi di auto imposizione). Credo comunque che una delle condizioni più importanti sia riuscire a entrare nella continuità della storia. Quando si lavora su molti personaggi e su vicende che si intrecciano, interrompersi continuamente significa dover ricostruire ogni volta non soltanto quello che sta accadendo, ma anche il significato emotivo di una scena.
- Quale autore famoso ritieni migliore?
Non credo esista un autore migliore in assoluto. Dipende molto da quello che cerchiamo nella letteratura: la profondità psicologica, la capacità di costruire mondi, lo stile oppure il modo di raccontare le relazioni umane. In generale, apprezzo soprattutto gli autori che riescono a far convivere una storia coinvolgente con domande che continuano ad accompagnare il lettore anche dopo aver chiuso il libro. Se poi parliamo di gusti personali, nonostante la “pesantezza” di cui è da più parti accusato ancora oggi, Dostoevskij è uno degli autori passati che mi è rimasto più dentro; mentre tra gli attuali ritengo Murakami tra i migliori (per lo stile di scrittura più che per il tipo di storie che racconta).
- Dove trovi le idee per i tuoi libri?
Dalla vita di tutti i giorni, soprattutto da esperienze in mezzo alla gente, nelle difficoltà quotidiane, osservando e ascoltando gli altri senza pregiudizi. Nelle domande che nascono osservando la realtà e che non trovano una risposta immediata. Per Vite infinite la domanda centrale è molto semplice: che cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa in un momento importante della nostra vita? È un pensiero che probabilmente attraversa tutti, anche nelle situazioni più comuni. Da questa domanda si può arrivare a interrogarsi sull'amore, sul lavoro, sulle relazioni familiari, sul rimpianto e persino sulla possibilità che una tecnologia possa prevedere il nostro comportamento. Mi piace quando un'idea apparentemente piccola permette di esplorare questioni molto più grandi.
- Quali attori pensi che interpreterebbero i tuoi personaggi se il tuo libro diventasse un film?
È una domanda divertente, soprattutto perché Vite infinite ha una struttura corale e si svolge in ambienti internazionali. Immagino un cast nel quale la capacità di esprimere le contraddizioni dei personaggi conti più della semplice somiglianza fisica. Tony dovrebbe essere interpretato da un attore capace di trasmettere fascino, inquietudine e una certa fragilità. Ada richiederebbe un'interprete capace di rendere contemporaneamente autorevolezza, durezza e vulnerabilità. Non ho un cast definitivo in mente e sarei molto curioso di vedere come un regista potrebbe interpretare questi personaggi, anche attraverso scelte diverse dalle mie. Magari, tra gli altri, vedrei bene Cillian Murphy nelle vesti di Tony, Meryl Streep in quelle di Ada, e forse un giovane Jonny Depp come Manuel.
- La tua famiglia sostiene la tua scrittura? Cosa ne pensa?
Non ne sanno ancora nulla, e al momento sfrutto il fatto di avere numerosi omonimi per non uscire ancora allo scoperto. Più che altro mi preoccupa il cambiamento nei rapporti che potrei avvertire, e la possibilità di confondere quello che descrivo nei vari personaggi con i miei pensieri personali reali. Credo che condividere un lavoro creativo con le persone vicine sia un momento particolare, perché attraverso un romanzo si espongono inevitabilmente anche aspetti del proprio modo di osservare la realtà. Per questo considero importante che le persone a cui tengo possano esprimere opinioni sincere, senza sentirsi obbligate ad apprezzare tutto ciò che scrivo. E i tempi non sono ancora maturi.
- I tuoi lettori ti contattano? Cosa dicono?
Essendo il mio romanzo d'esordio appena pubblicato, sto ancora costruendo un rapporto con i lettori. Mi interessa soprattutto conoscere le loro interpretazioni dei personaggi, anche quando sono differenti da quelle che avevo immaginato. Vite infinite affronta situazioni nelle quali credo sia possibile riconoscersi in modi molto diversi. Sarebbe particolarmente interessante sapere se un lettore si sente più vicino a Tony, a Natalie, a Rebecca o a qualcuno degli altri protagonisti, e soprattutto perché. Finora, alcuni tra gli amici più vicini hanno impressioni molto differenti tra loro, diverse reazioni meravigliate, alcune critiche su evoluzioni inaspettate della trama, mentre in generale i primi lettori “estranei” da cui ho ricevuto feedback dicono di riuscire ad apprezzare dettagli collaterali alla trama principale, che non credevo emergessero.
Vorrei ringraziare chi, soprattutto involontariamente, mi ha dato la possibilità di raccontare qualcosa di questo progetto e chi deciderà di dedicare del tempo alla lettura del romanzo. Non mi interessa suggerire che esista una scelta giusta per ogni situazione o una vita ideale alla quale tutti dovremmo aspirare. Mi piacerebbe piuttosto che Vite infinite - Una possibilità lasciasse ai lettori qualche domanda sulle proprie esperienze, sulle persone incontrate e sulle possibilità che hanno scelto di seguire oppure di abbandonare. E, naturalmente, sarei felice di conoscere le loro opinioni, anche quelle critiche. Un libro, una volta pubblicato, comincia inevitabilmente ad appartenere anche allo sguardo di chi lo legge.
Grazie e buona lettura!
Marco Marino
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