Intervista ad Emmanuele Petruzzi

Pubblicato il 4 novembre 2026 alle ore 10:20

Nuova intervista!

"Mi chiamo Emmanuele Petruzzi, vivo nel Salento e sono un Militare di professione da 34 anni, sono un formatore e un progettista didattico.. Di notte, e in tutte le ore rubate, scrivo romanzi.

Quale Metà racconta Marco Santoro e una scelta fatta nel 1988. Due linee del tempo, due vite possibili, che a un certo punto si guardano in faccia. In copertina c'è un vinile, con il suo Lato A e il suo Lato B: scegliete voi da quale parte cominciare l'ascolto."

  1. Quando hai iniziato a scrivere?

Venivo da un periodo molto particolare della mia vita, parliamo di 25 anni fa, quindi scrivendo cercavo di raccontare a me stesso cosa stavo provando. In quell periodo storico I telefonini erano ancora poco smart e non si potevano creare note vocali o note e quindi appuntavo il tutto su quaderni nascosti, pagine che non facevo leggere a nessuno, e non lo facevo nemmeno con la convinzione che forse un giorno a qualcuno avrebbe fatto piacere leggere I miei pensieri, però poi col passare del tempo questa convinzione è cambiata, per fortuna direi.

  1. Cosa ti ha fatto avvicinare al mondo della scrittura?

Le storie raccontate la sera, davanti casa. Da bambino, nel mio paese, gli anziani si sedevano per terra o su sgabelli fatti in casa e raccontavano, e noi stavamo lì intorno. Poi ho letto “Il Giovane Holden” e li è scattata la voglia di leggere sempre e di continuo e successivamente l’idea di scrivere qualcosa.

  1. Quando sei diventato scrittore?

Ufficialmente, quando Quale Metà è uscito su Amazon in tre formati: Kindle, copertina flessibile e copertina rigida. Ufficiosamente, il giorno in cui ho smesso di dire «scrivo qualcosa» e ho cominciato a dire «sto rivedendo il capitolo quaranta». Poi l’ho finalmente detto a mia moglie ed è stata lei a spingermi a terminare l’opera

  1. Vorresti essere pubblicato da una casa editrice, oppure preferiresti rimanere indipendente?

Tutte e due, ma in ordine. Il self-publishing mi ha insegnato il mestiere che sta intorno al libro: copertine rifiutate, dorsi da ricalcolare, file digitali che si ribellano. Ora però vorrei vedere Quale Metà in libreria, con un editore e una distribuzione vera, e ci sto lavorando. Diciamo che il libro ha fatto le scuole da privatista e adesso tenta l'esame di Stato.

  1. Qual è la tua esperienza con il blocco dello scrittore?

Il mio blocco non è la pagina bianca, è la pagina troppo piena. Il mio difetto è spiegare quello che la scena ha già mostrato, come chi racconta una barzelletta e poi la spiega. 

  1. Perché hai deciso di diventare scrittore?

Perché certe domande non si risolvono: si raccontano. Quale Metà nasce da una che prima o poi ci facciamo tutti: e se quella volta avessi scelto l'altra strada? Non ho trovato la risposta. Ho trovato un romanzo, che è meglio.

  1. I social media svolgono un ruolo importante per te come autore?

Più di quanto vorrei, meno di quanto dovrei. Ho capito che un romanzo non cammina da solo: va accompagnato per mano, come un figlio il primo giorno di scuola, ma con meno lacrime. Mi trovate su Instagram, dove ogni tanto, sto imparando a farlo più spesso,  il libro si fa vedere in qualche stories o su qualche reel.

  1. Come costruisci i tuoi personaggi e la trama?

Sono un po' ossessivo. Prima di scrivere so in che anno è nato ogni personaggio, quanti anni ha in ogni scena e cosa succedeva nel mondo intorno a lui. In una revisione ho scoperto che il cielo di una scena era sbagliato, astronomicamente parlando. L'ho corretto. Il cielo, intendo.

Poi, una volta costruita la gabbia, apro la porta e lascio uscire i personaggi. Di solito vanno da un'altra parte. Ed è lì che comincia il romanzo vero.

  1. Tra la tua trama e i tuoi personaggi, cosa è essenziale per te? Perché?

I personaggi, senza esitare. Una trama perfetta con personaggi finti è un orologio di precisione in una stanza vuota: funziona, ma nessuno guarda l'ora. Se credi a Marco Santoro, lo segui ovunque. Anche avanti e indietro nel tempo.

  1. Come gestisci le recensioni negative sul tuo libro?

Mi offendo per dieci minuti, poi rileggo e mi chiedo se hanno ragione. Spesso, purtroppo, ce l'hanno. Alcuni lettori di prova mi hanno detto che capivano dove portava il capitolo in cui le due storie si incontrano solo a metà strada: invece di difendermi, l'ho riscritto. Una critica sincera vale più di dieci complimenti di cortesia, anche se fa meno piacere.

  1. Quale parte del tuo processo di scrittura è la più difficile?

Togliere. Scrivere è un piacere, tagliare è un piccolo lutto. Ogni pagina che elimino è una pagina che mi era costata una sera. Ma il lettore non deve pagare per le mie sere: deve avere solo quelle che servono.

  1. Che consiglio dai ai nuovi autori?

Tre cose, imparate a mie spese:

  • Fate leggere il manoscritto a persone che non vi vogliono troppo bene. Gli amici vi diranno che è bellissimo; vi serve qualcuno che vi dica dove si annoia.
  • Mostrate, non spiegate. Se la scena funziona, il lettore ha già capito. Fidatevi di lui.
  • Tenete una cronologia dei personaggi. Non è romantico, ma vi evita di far nascere qualcuno due volte.
  1. Cosa diresti a uno scrittore che vuole pubblicare il suo primo libro?

Che la fine della scrittura è l'inizio di un altro lavoro: revisione, correzione di bozze, impaginazione, copertina. E che, se pubblica da solo, la piattaforma gli rifiuterà la copertina almeno una volta. È un rito di passaggio: a me è successo con due edizioni su tre. Non si scoraggi. E soprattutto non pubblichi la prima stesura: quella si scrive per sé, la seconda per i lettori.

  1. Quanti libri hai scritto finora?

Uno pubblicato e diversi in sala d'attesa, che litigano per chi debba uscire prima. C'è un romanzo d'amore e di distanze, un thriller ambientato in Puglia, un distopico, un romanzo corale tra Lecce e un paese delle Serre salentine, e altri ancora in gestazione. Io li chiamo «quelli che non dormono»: e infatti tengono sveglio anche me.

  1. Quale dei tuoi libri ti è piaciuto di più scrivere?

Quale Metà, perché è il primo che ho portato fino in fondo, copertina compresa. È come il primo amore: non per forza il migliore, ma quello che ti insegna tutto. Gli altri, però, non devono saperlo.

  1. Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Si intitola I nostri inverni senza nome. Si apre così: «Ci sono inverni che non hanno nome…»

È la storia di Simone, fotografo, e Morgana, curatrice d'arte, seguiti attraverso i decenni. Si perdono, restano lontani per diciotto anni (lui in Madagascar, dove si ammala d'Africa; lei in Tibet, dove trova una pace che non aveva mai avuto) e poi la vita li rimette uno davanti all'altra. Accanto a loro scorre una corrispondenza francese del 1943, che non vi dico dove porta. Tutto comincia con una casa e una scatola. Non aggiungo altro, se no il prologo si offende.

  1. Cosa ti aiuta a concentrarti mentre scrivi?

La musica, ma dall’ascolto di una stazione radio, perchè la musica e le parole vanno avanti senza che io debba alzarmi e cambiare disco o cd.

  1. Quale autore famoso ritieni migliore?

Per me che sono totalmente neofita non ho nessun problema a fare il nome di uno anzichè di un altro, ma in assoluto Stephen King come internazionale e Paolo Giordano come italiano.

  1. Dove trovi le idee per i tuoi libri?

Nelle domande che non mi lasciano dormire, e nel Salento, che è una miniera di storie a cielo aperto: basta sedersi al bar del paese e ascoltare. L'ultima idea mi è arrivata intera, in una frase: «E se fossimo stati felici solo da bambini?». Adesso devo costruirci intorno un romanzo. Lei, la frase, è già pronta; io un po' meno.

  1. Quali attori pensi che interpreterebbero i tuoi personaggi se il tuo libro diventasse un film?

Ci ho pensato più di quanto ammetterò mai in pubblico. Marco Santoro adulto sarebbe Perfetto un Tom Holland,  Marco nel 1988 non saprei proprio ma un giovanissimo attore con le caratteristiche di un ragazzo del sud andrebbe bene e Tano, il batterista, anche in questo caso un ragazzone tipicamente del sud. Però ho una certezza nei miei libri,  il Salento non ha bisogno di attori: interpreta sé stesso, e non sbaglia mai una battuta.

  1. La tua famiglia sostiene la tua scrittura? Cosa ne pensa?

Mi sostiene e, soprattutto, mi sopporta: quando a cena parlo di gente che non esiste come se fosse uscita dal cancello di casa, nessuno chiama più il medico.

  1. I tuoi lettori ti contattano? Cosa dicono?

Sì, ed è la parte più bella di tutta la faccenda. E se qualcuno mi chiede «E tu, quale metà avresti scelto?», la verità è che non lo so ancora. Mi serve un altro romanzo.

 

 

 

 

 

Grazie al club per queste domande, e grazie a ogni lettore che ha dato qualche sera a Marco Santoro. Un libro, finché nessuno lo legge, è solo carta ben impaginata: siete voi a metterci il giradischi.

Quindi vi lascio con l'unica domanda che conta davvero, quella del titolo. Lato A o Lato B? Quale metà scegliereste voi?

Baci, e buone letture.

Emmanuele Petruzzi


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